Archivi del mese: novembre 2014

La guerra che verrà non è la prima – Mart

Venerdì 14 Novembre 2014.
Due ordigni inesplosi vengono ritrovati in Friuli Venezia Giulia: una granata di 75cm a Santa Maria la Longa, un paese senza arte ne parte della bassa friulana, e una granata di 100cm sul confine con la Slovenia in un paese di 118 abitanti.
Le due bombe vengono fatte brillare, una è innocua poiché ha perso il suo contenuto, l’altra esplode.
Cento anni dopo essere stata fabbricata.

Reperti ritrovati sulle montagne del Trentino

Reperti ritrovati sulle montagne del Trentino

Una parete di reperti bellici ritrovati sulle montagne attorno a Rovereto accompagna il visitatore della mostra La guerra che verrà non è la prima verso il terzo piano del Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Due anni di lavoro, più di cento artisti esposti in un chilometro di percorso museale che riunisce documenti storici, reperti, fotografie, opere d’arte nate durante la guerra, opere contemporanee, video, luci al neon, riproduzioni.
Penso che il lavoro scientifico dietro a La guerra che verrà non è la prima, nonostante la manifesta finalità commemorativa, sia stato una ricerca attorno ad un pezzo di passato comune, inconfutabile fondamenta del nostro presente.

“Questo progetto ha richiesto e richiede non solo oggettività e distanza ma partecipazione e chiarezza.”
Cristiana Collu, direttrice Mart

Questa mostra mette in evidenza la distanza storica che è insita nelle generazioni che quella guerra non l’hanno vissuta e che non hanno nemmeno potuto ascoltare le vicende narrate dai propri avi.
La grande guerra è un qualcosa di lontano, che non ci appartiene, che viene ricordata in modo offuscato, come sbiaditi sono i colori della locandina, verdino primaverile militare e sangue rosa bambino.

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Il discorso attorno al tema grande guerra si dilunga sugli ultimi due piani dell’edificio costruito da Mario Botta ed il percorso è stato pensato in modo organicistico, mi spiego meglio, non c’è un’entrata principale e non c’è una porta di uscita predefinita.

Io ho preso subito le scale.

Dall’alto sono scesa verso il basso e, così facendo, ho iniziato il percorso con un sacco di Alberto Burri (Composizione, 1953) mentre ho fissato l’opera di Paolo Ventura come punto finale della narrazione.
Un’esercito di piccoli figurini (taglia-incolla di fotografie che ritraggono sempre l’artista in pose diverse) avanza in una teca di vetro, e man mano i soldatini marciano le loro gambe vengono spezzate e di loro non resta che l’elmetto.
Costruita ad hoc per la mostra e, a mio parere, particolarmente riuscita.

Un reggimento che va sottoterra - Paolo Ventura (2014)

Un reggimento che va sottoterra – Paolo Ventura (2014)

Passeggiando dentro al grande ferro di cavallo (per la forma del’edificio, chiamo così il Mart) si incontrano più volte i futuristi, l’unica corrente artistica della storia che ha esaltato la guerra in quanto forza capace di rinnovare sia l’arte che la vita.
F.T. Marinetti, la mente del gruppo, partì immediatamente sul fronte e poco dopo lo seguì Umberto Boccioni (1882-1916 morì sul fronte) del quale viene esposta la lapide, contemporaneamente  e nella stessa sala osserviamo le opere che Fortunato Depero e Giacomo Balla stavano elaborando in tutta sicurezza a Roma, tra studi sul dinamismo e incarichi per i Balletti Russi.
Depero, a guerra terminata, tornò a Rovereto e cucì l’enorme tarsia tessile Guerra Festa (1925), che descrive con uno spirito giocoso la guerra di trincea.

L’amico del gruppo futurista, Gabriele D’Annunzio, viene celebrato con alcune sue lettere dal fronte ed una rielaborazione dello SVA10 con cui il poeta, assieme ad altri dieci velivoli, verso la fine della guerra sorvolò Vienna facendo cadere sulla città 350mila volantini di propaganda.

Manifesto lanciato durante il volo su Vienna il 9 agosto 1918

Il progetto espositivo sottolinea a più riprese quanto il primo conflitto mondiale sia stato combattuto anche a suon di immagini propagandistiche e slogan efficaci.
Mai prima di allora prime pagine di giornali, manifesti, cartoline, vignette e svariate tipologie di immagini pubbliche furono strumentalizzate con lo scopo di puntare il dito contro il nemico ed inneggiare all’interventismo.
Quelle immagini vennero viste da tutti e diventarono lo strumento più efficace per creare il consenso e modificare la percezione, specialmente quella dei soldati sul fronte visti come supereroi orgogliosi e raggianti.

Manifesti Prestito di Liberazione

Manifesti del Prestito della Liberazione (1945)

In mezzo a questi pazzi convinti che la guerra fosse indispensabile e giusta per il futuro dell’Europa, si apre una parentesi isolata con l’installazione di Fabio Mauri Picnic o il buon soldato.
In un piccolo antro viene creato un modo parallelo fatto di reperti bellici come le gerle piene di granate che i soldati portavano sulle spalle, i cesti per le scorte, gli elmetti e i cappelli dei caporali, oggetti che divengono nature morte assoggettate dal tempo e dalla memoria.
Alle pareti quadri neri su nero, i monocromi di Mauri sono la negazione stessa dell’atto pittorico fissando un grado zero della pittura e della vita, incastonandoci un elmetto nel mezzo.
Estremamente poetico e disilluso.

Picnic o il buon Soldato - Fabio Mauri (1998-2014)

Picnic o Il buon soldato – Fabio Mauri (1998-2014)

Dai toni scuri e privi di speranza la proiezione video Lektionen in Finisterris (1992) di Werner Herzog (il regista di Grizzly Man).
Una sequenza di immagini mostra un pezzo di medio oriente visto dall’alto, come dagli occhi di un rapace viene percorso un immenso territorio distrutto da bombardamenti, terre aride e nere di petrolio, bruciate dai fuochi ed invase dai fumi, dove l’essere umano fa una sporadica e lontana comparsa.
Il tutto stando comodamente seduti su delle sedie Barcellona ed ascoltando la potente marcia funebre di Sigfrido intervallata dai versi dell’Apocalisse.

In una mostra tematica sulla guerra, il lato tragico e indicibile di ciascun conflitto è “una trappola” in cui si rischia di cadere “ad ogni piè sospinto”.
(semi cit. Cristiana Collu)

Lo sanno bene i curatori del progetto Saretto Cincinelli, Gustavo Corni, Diego Leoni, Fabrizio Rasera, Gabi Scardi, Camillo Zadra, i quali, coordinati da Nicoletta Boschiero e Denis Isaia, sono riusciti nel loro intento.
Il senso di questa mostra non è sottolineare quanto la guerra è brutta cattiva e quante persone sono morte, non cerca di indottrinare ma di far pensare.
L’esposizione vuole creare un percorso che sviluppi una riflessione intorno al tema dell’orrore che ha coinvolto, e probabilmente coinvolgerà di nuovo, la nostra bolla democratica ed il mondo civilizzato.

Siamo sull’orlo della terza guerra mondiale?

Mushroom cloud (Nagasaki) - Christoph Draeger (2009)

Mushroom cloud (Nagasaki) – Christoph Draeger (2009)

La guerra che verrà non è la prima è il verso di una poesia di Bertolt Brecht preso in prestito per questa mostra la quale, già dal titolo, sembra voler iniziare un discorso tracciando subito il perimetro del campo di battaglia.
Una mostra che dona al suo visitatore infiniti spunti per poter continuare la riflessione da sé e confutare il suo stesso titolo, lanciando un appello di speranza: che la prossima guerra non arrivi mai.
Sta  a noi scegliere quale strada prendere, dove soffermarci, quando leggere il cartellino e quando ammirare l’opera in quanto opera d’arte.

Ricordo - Marc Chagall (1914)

Ricordo – Marc Chagall (1914)

Ad esempio ci sono opere di artisti contemporanei che colpiscono per la loro immediatezza, parlo dell’inquietante installazione di Berlinde De Bruyckere con i suoi quattro cavalli morti.

Berlinde de Bruyckere - Horses (2006)

In Flanders Fields – Berlinde de Bruyckere (2000)

Atterriscono queste sagome a grandezza naturale disposte per la sala su dei cavalletti oppure direttamente per terra, per la loro maestosità ci disturbano più di quattro cadaveri umani.
Le figure di resina ricoperte da pelle equina cucita dalla stessa artista belga, vengono accompagnate con due tavoli di fotografie a cui Berlinde si ispirò per questa creazione, foto storiche scattate durante la prima guerra mondiale nelle Fiandre dove i campi erano pieni di cadaveri di uomini e cavalli in pose scomposte a causa dei bombardamenti.

Il tema grande guerra ha travolto tutti gli spazi e le superfici possibili, dalle citazioni di lettere dal fronte sparse sulle pareti, al grande SVA (quel velivolo da guerra nato a Genova nel 1917) appeso al centro del cupolone, che fa decisamente effetto.

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La riflessione continua negli altri spazi adibiti dal Mart, ovvero, la Casa d’Arte Futurista Fortunato Depero dove c’è Calpestare la guerra (recensita qui) e nella Galleria Civica con un progetto di curatela sperimentale Afterimage (che non ho ancora visitato).


Inciso

Leggendo il report di una recente intervista al critico d’arte Jean Clair, mi ha colpito una sua dichiarazione che accende un barlume di speranza sul futuro del sistema curatoriale internazionale:

“I nuovi curatori, quelli di oggi, pensano sia importante ristudiare la storia forse perché disillusa rispetto all’innovazione. Forse un passo avanti”
Jean Clair, critico d’arte

Concludo dichiarando che questa sarà l’ultima mostra del Mart sotto la direzione di Cristiana Collu, e la ringrazio per averci mostrato già dalla Magnifica Ossessione che esiste un altro tipo di museo.


 

La guerra che verrà non è la prima – Mart
Da 4 Ottobre 2014 a 20 Settembre 2015

Visitata 01/11/2014

Durata: 3h

Costo: 11€ pieno /7€ ridotto

Nota al lettore: ciò che ho scritto qua sopra è una recensione soggettiva, è quello che ho PROVATO e PENSATO durante mia esperienza museale, o che almeno ho RICORDATO.
Per alcune informazioni ho usato il foglio informativo che si trova all’ingresso, inoltre mi sono informata personalmente riguardo ad alcuni artisti contemporanei che non conoscevo.
Ho visto la conferenza stampa di presentazione e letto la cartella stampa sulla mostra, ho guardato le video interviste del Mart ai curatori e le ho inserite come link nell’articolo.
Le foto sono state scattate durante la visita.