Calpestare la guerra a Casa Depero

 

La guerra è senza ombra di dubbio il tema dell’anno.

Si parla di grande guerra ascoltando storie lontane, si ristudiano cause e conseguenze, si stanno ricontando i caduti al fine di creare nuove statistiche, ogni giorno si  svolgono dibattiti e incontri, si leggono diari.
Si cerca di fare luce su un conflitto che non appartiene alla memoria di queste generazioni, si vuole puntare i riflettori su quella guerra lontana che chiamiamo Prima e definiamo Mondiale.
Le guerre attualmente in corso sembrano distanti mille mila chilometri dalla nostra bolla democratica, eppure le sentiamo vicine ai timori del nostro tempo.

All’interno della Casa d’arte futurista Depero a Rovereto (Trento), la mostra permanente sulla produzione dell’artista si intreccia e dialoga con un progetto espositivo di arte tessile contemporanea.
Calpestare la guerra si configura come una distesa di tappeti che ricopre metà parquet di una sala, quella al secondo piano della casa; successivamente la mostra si sposta al terzo piano cercando di definire meglio la propria natura.

Calpestare la guerra

Calpestare la guerra

Trovo che i 50 tappeti provenienti dall’Afghanistan distesi l’uno accanto all’altro (a volte parzialmente sovrapposti) che occupano la parte destra del pavimento siano in perfetto accordo con le opere di Fortunato Depero.

Normalmente il visitatore accede alla sala dalla parte sinistra, dunque entrando vede le quattro enormi tarsie tessili alte due-tre metri appese alle pareti, le osserva e butta un occhio anche sulle foto dell’epoca che ritraggono Depero e la moglie con le aiutanti che stanno cucendo.
Dopodiché il visitatore attraversa la metà della stanza passando attraverso uno dei tre archi e si dirige verso la quinta tarsia tessile e le riproduzioni di marionette che pendono dal doppio soffitto (se il visitatore vuole, può girare lo sguardo verso destra e alla parete potrà trovare uno schermo che riproduce a ripetizione un video con una datata ricostruzione de I Balli plastici).

Un visitatore attento può notare che ballerine, cinesini, guerrieri sono soggetti  che si ripresentano spesso nella produzione deperiana; degli stessi può osservare da vicino le forme geometriche, l’aspetto ludico, i colori vivaci e l’essenzialità dei dettagli.
Sempre quello stesso visitatore, si troverà nella condizione di passeggiare sopra tappeti decorati che presentano una simile economia di forme e linee raffiguranti soggetti apertamente bellici, ben lontani dalla spensieratezza del futurista.

Calpestando i tappetti di guerra

Calpestando i tappetti di guerra

Sotto le suole delle scarpe troviamo kalashnikov e carri armati, bombe ed elicotteri, cartine aggiornate sui nuovi confini e raffigurazioni della caduta delle torri gemelle.
Manufatti che testimoniano di 35 anni di storia dell’Afghanistan e dunque 35 anni di guerra ed occupazione straniera.
E’ lampante come questi tappeti possano essere definiti opere d’arte, sono creazioni impregnate di identità afgana, sono opere di sfruttamento poiché spesso prodotte anche da mani infantili, sono anche oggetti unici che fanno impazzire i veterani e i collezionisti che le acquistano, contribuendo ad alimentare questo mercato.

Questo progetto espositivo mette in evidenza come e dove nasca questo tipo di estetica: in un paese dove la tradizione di intreccio, tessitura ed annodamento dei tessuti convive con un’incessante produzione artigianale di fucili d’assalto, nascono i tappetti di guerra.
La produzione artigianale afgana ormai consolidata mostra di essere frutto della contemporaneità: il presente viene annodato nella trama dei tappeti e si presenta con una nuova iconografia.
I tappetti che vediamo sono strumenti di propaganda politica contro l’invasione straniera, celebrazioni di ex comandanti oltre a messaggi di terrore che inneggiano alla jihad.

Tappeto raffigurante Amman Ulah Khan, ultimo reggente afgano (1892-1960)

Tappeto raffigurante Amman Ulah Khan, ultimo reggente afgano (1892-1960)

I colori della lana sono spesso tenui e vicini al rosso mattone, verde muschio e blu scuro, in certi casi ci stupiscono per il forte contrasto nero/bianco, per l’utilizzo di colori sgargianti ed insoliti quali il blu elettrico e il magenta, tipici dei tappeti degli anni 2000.

Il visitatore attento alzerà lo sguardo e ritroverà le grandi tarsie in panno dai soggetti danzanti e sorridenti come in Festa della sedia (1927) , riscontrerà come in quegli arazzi di patchwork  sia assente un punto di vista prospettico per descrivere la scena e, abbassando lo sguardo, vedrà come i tessitori afgani condividano la stessa scelta.
L’abbandono della tridimensionalità a favore dell’esplicita bidimensionalità dal supporto è uno dei traguardi dell’arte moderna: l’aspetto decorativo della produzione artistica non viene più schernito bensì lodato.

Tappeto afgano raffigurante l'attacco alle Torri gemelle del 11 settembre 2001

Tappeto afgano raffigurante l’attacco terroristico alle Torri gemelle

Allo stesso modo si configurano i 20 fazzoletti di pace, appesi in fila con dei semplici chiodini sulle pareti del terzo piano.
Esplicite raffigurazioni di torture sono ricamate con una tecnica abbastanza precisa su dei rettangoli di cotone bianco.
Colpiscono per l’efficacia del messaggio, comprensibile senza leggere le didascalie sul foglio informativo, e allo stesso tempo è demoralizzante per chi li osserva leggere l’età delle ricamatrici (dai 13 ai 35 anni).
Gli autori sono donne e bambini che vivono in uno stato di guerra perenne , in questi fazzoletti riproducono scene di dolore quotidiano per lanciare un messaggio di aiuto: questo appello viene amplificato dall’associazione onlus CooperAction.
La mostra si chiude in questa stessa sala con una video proiezione, che sinceramente non ho guardato, sul lavoro dei volontari in Afghanistan.

Due fazzoletti di pace realizzate da ragazze afgane di 17 e 18 anni

Due fazzoletti di pace realizzati da due ragazze afgane di 17 e 18 anni

In mostra ci sono i prodotti della popolazione afgana dagli anni 80 fino al 2005 , i tappeti appartengono ad un negozio romano di tappeti e kilim antichi Collezione Saman che dal 2008 collabora con l’associazione CooperAction Onlus nell’ambito del progetto Calpesta la guerra.
L’associazione che promuove la cultura della pace ha attivato il progetto in questione grazie ad Edoardo Marino, co-curatore della mostra, per mettere in evidenza la situazione del popolo afgano, il quale da ormai troppo tempo vive in uno stato dove i diritti inalienabili dell’uomo sono calpestati e cancellati.
Il progetto vuole raccogliere fondi per ricostruire le tradizione autoctone del paese cercando di attivare una produzione artigianale regolata dalle singole famiglie e limitando l’uso di manodopera minorile.
Spero che questo progetto e questa grande collezione internazionale di tappeti di guerra punti anche a togliere i manufatti afgani dal mercato dell’arte, il quale ovviamente non bada troppo alle questioni umanitarie ma al pezzo unico.

Lo stesso progetto espositivo era già stato presentato in diverse occasioni tra cui una all’aria aperta presso Ponte Sisto a Roma, un’altra al Museo Civico ed Archeologico F. Savini di Teramo dove invece la maggior parte dei tappeti erano appesi.

Inaugurazione della mostra "Calpestare la guerra"

Inaugurazione della mostra “Calpestare la guerra”

A mio avviso l’allestimento eseguito da Nicoletta Boschiero, responsabile delle mostre e delle collezioni del Mart, ed il già nominato Edoardo Marino, studioso d’arte decorativa e ideatore di questo progetto umanitario, si presenta come il più efficace e il più aperto a spunti di riflessione, sia dal punto di vista artistico che storico.

Trovo importante sottolineare che c’è la possibilità di visitare questa mostra senza senza calpestare i tappeti di guerra: il percorso espositivo lascia libero arbitrio al visitatore, il quale può decidere in autonomia se camminare sopra la superficie artistica oppure rimanere sul bordo, osservando da lontano.
Compiere un movimento quasi naturale come camminare su un tappeto diventa una scelta, dunque un’azione consapevole che comporta una presa di posizione: calpestare quindi consumare, rovinare, disprezzare ed offendere in modo simbolico il prodotto di una società che inneggia la morte e distruzione a discapito di una popolazione inerme ai signori della guerra.
Se questi tappeti sono stati creati per legittimare il conflitto e promuovere l’armamento, al contrario, vengono esposti in questo luogo e in questo modo per sovvertire il loro significato: denigrare la guerra.

PS: Calpestare la guerra è una delle tre mostre inserite nel programma del Mart per il centenario della Prima guerra mondiale.
Il visitatore che vorrà continuare (o cominciare) il percorso tematico nella sede centrale di Corso Bettini potrà osservare due opere di artisti italiani che si riallacciano al discorso arte tessile/guerra: un Arazzo (1989) di Alighiero Boetti (dove tra l’altro la bandiera dell’Afghanistan è ben visibile) attiguo alla tarsia tessile Guerra festa (1925) di Fortunato Depero che reinventa in chiave futurista un conflitto a fuoco nelle trincee della Grande guerra.

 

Calpestare la guerra – Casa d’Arte Futurista Depero
Da 11 Ottobre 2014 a 1 Marzo 2015

Visitata 01/11/2014

Durata: 1h

Costo: 7€ pieno /4€ ridotto

Nota al lettore: ciò che ho scritto qua sopra è una recensione soggettiva, è quello che ho PROVATO e PENSATO durante mia esperienza museale, o che almeno ho RICORDATO.
Per alcune informazioni ho usato i due fogli informativi che si trovano durante il percorso, inoltre mi sono informata sull’operato di CooperAction Onlus e sul suo progetto grazie all’opuscolo informativo presente a Casa Depero.
Le foto sono state scattate durante la visita, l’ultima immagine è uno screenshot del tweet di Mart_museum in occasione dell’inaugurazione 11 ottobre 2014.

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2 risposte a “Calpestare la guerra a Casa Depero

  1. Salve, molto interessante la sua recensione.
    Se volesse aggiungere un altro tassello alla sua conoscenza dei warrugs come opere d’arte, da una prospettiva completamente diversa da quella della mostra che lei recensisce, le consiglio la visita di questa mostra http://www.mostraconfinieconflitti.it, sempre a Rovereto.
    Saluti
    Walter

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